Ultima modifica: 30 Marzo 2021
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“Cosa Nostra s-piegata ai ragazzi”. Incontro con il Dott.re S. Borsellino in videoconferenza con le classi

Consapevoli del valore della memoria, alla cui trasmissione la scuola è deputata al fine di costruire processi reali di trasformazione della persona e della società, e nell’ambito delle attività di Cittadinanza attiva, giorno 24 marzo il nostro Istituto ha avuto l’onore di ospitare in collegamento da Milano il Dott.re Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo, barbaramente ucciso il 19 luglio 1992 in Via d’Amelio assieme agli agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Si è voluto contestualizzare l’incontro nell’ambito della Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia, che cade il 21 marzo, unendo agli insegnamenti quotidiani (contenuti, abilità, competenze,…), volti anche ad educare e promuovere l’intelligenza e l’impegno sociali, quelli dati da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due giudici, due cittadini, che hanno sacrificato la loro stessa esistenza e i loro affetti sull’altare del compimento del proprio dovere. Uomini che insegnano con le loro vite e anche con le loro morti.

Dopo i saluti della Dirigente, la Prof.ssa F. M. Cusumano, la Prof.ssa A. Campisi ha moderato l’incontro ricordando quanto scritto dal dottor Salvatore stesso su “Scorta per la memoria”: “In una stanza del castello Utveggio, a Monte Pellegrino, dal quale si domina tutta Palermo, c’era la cabina di regia di quella strage. Da una stanza di questo castello, è stato osservato il gesto di Paolo che, arrivato in Via D’Amelio per portare la madre dal cardiologo, alzava il braccio per suonare il campanello.

Da un telefono di questo castello è partito l’ordine di attivare il detonatore per fare esplodere le centinaia di chili di esplosivo di Semtex, che non dovevano lasciare scampo a Paolo e ai suoi ragazzi. Dalla voce di qualcuno che guardava da questo castello, con già la colonna di fumo che si levava da Via D’Amelio, è arrivato il messaggio che potè confermare, dopo soli 100 secondi dall’esplosione, ad una barca al largo del golfo di Palermo, che la missione era stata compiuta.

Oggi, proprio alla base di questo castello, c’è una telecamera che da un chilometro e mezzo di distanza guarda Via D’Amelio perché tutti, da ogni parte del mondo, collegandosi a www.viadamelio.it , possano vegliare sull’ulivo che, con le sue fronde sempre verdi, segna il luogo dove Paolo e i ragazzi della sua scorta hanno sacrificato la loro vita per noi. Dove tanti volontari, che arriveranno da ogni parte d’Italia, dedicheranno loro, con un giorno di presidio, un giorno della loro vita”.

Quando inizia a parlare, il dottore Borsellino è un vero e proprio fiume in piena e ci emoziona ricordandoci il fratello Paolo e la sua vita sacrificata per il bene collettivo, una vita non da eroe ma da compitore del proprio dovere, quello a cui ha richiamato anche i ragazzi dell’Istituto, come assunzione della responsabilità tutta personale di vivere coerentemente in una società che conta sul loro impegno quotidiano. Partendo dalla sua esperienza di uomo che ha lasciato la terra natìa “dove i diritti diventavano favori da chiedere”, e pensando in tal modo di dare un futuro libero dai condizionamenti mafiosi ai propri figli, ci ha ricordato come Paolo, invece,  dicesse “Palermo non  mi piaceva. Per questo, imparai ad amarla”. Frase che apre l’Agenda rossa, simbolo della lotta  e della ricerca della verità che il movimento antimafia da lui creato si è assunto.

Alle domande dei ragazzi se in famiglia temessero che Paolo potesse essere ucciso, ha risposto, citando Paolo, che “Chi non ha paura muore una volta, chi ha paura muore ogni giorno”. Ha ricordato che sia Paolo che Giovanni avevano paura ma trovarono il coraggio per vincerla e che, se lui era biologicamente fratello di Paolo, Giovanni lo era sicuramente molto di più per affinità. Continuando nel dialogo con i nostri ragazzi, ha aggiunto che, dopo la morte di Giovanni, Paolo sapeva che sarebbe toccato a lui e che per questo diceva “devo fare in fretta”, volendo scoprire chi fossero gli uccisori di Falcone. Ci ha descritto il fratello come un uomo di fede e ci ha rivelato che , tre giorni prima di morire, aveva fatto venire un amico sacerdote in Procura per confessarsi e comunicarsi.

Con la morte di Paolo, che ha definito “non una strage solamente di mafia”, ci ha detto che è stato messo in atto “il più grande depistaggio della storia italiana”, la cui verità è ancora da accertare, nonostante si sia arrivati al processo “Borsellino quater”. Con questa morte le stragi non si fermarono, ma furono portate nel “continente”: Strage di Via dei Georgofili, Via Palestro, S. Giorgio al Velabro, S. Giovanni in Laterano, Via Fauro e il fallito attentato allo Stadio Olimpico.

Affermando che la lotta alla mafia dovrebbe essere sempre il primo compito dello Stato ma che non può essere delegata solo a magistrati e forze dell’ordine, ci ha ricordato anche la figura di Rita Atria, che Paolo aiutò quando questa si dissociò dalla famiglia mafiosa in cui era nata, diventando testimone di mafia. Il dottore Borsellino ha espresso fiducia anche nei nostri giovani, che da adulti, a suo dire, avranno sicuramente più consapevolezza nel combattere la mafia, forti anche del fatto che, fin da adesso, come diceva Paolo, “in un tempio della cultura qual è la scuola, non si può non parlare della cultura della legalità”.

Nelle sue parole a volte la rabbia, come quando ci ha ricordato di aver dovuto fare il cammino di Santiago di Compostela e la Via Francigena per ritrovare la pace, più spesso la speranza quando ci dice che oggi arriva persino a ringraziare Dio per la morte di Paolo se questa servirà a cambiare la società. E se è vero, come ci dice, che si rischia di passare per pazzi volendo “svuotare il mare dell’indifferenza col cucchiaino”, è anche vero che, se i cucchiaini sono tanti, si può arrivare a cambiare le cose.

Ai tanti alunni che avrebbero voluto dialogare con lui, ma per questioni di tempo non hanno potuto, ha dato il suo indirizzo mail, volendo continuare con essi in dialogo.

La Prof.ssa Campisi ha concluso l’incontro dicendo che la legalità, in quanto ideale di una società più giusta, è necessaria, doverosa, vantaggiosa, perché è quella speranza che ha in sé l’avvenire della civiltà, il destino del mondo. L’alternativa sarebbe solo la mediocrità e la viltà di una vita comoda ma insignificante, dove all’uomo non rimane che essere “homo homini lupus”.

L’augurio finale è che il sangue di questi innocenti diventi seme di legalità. E come riporta la targa installata sotto l’ulivo di Via d’Amelio, con una citazione di A. Caponnetto, “L’emozione di un momento diventi impegno di una vita!”.

Solo così una “Cosa Nostra spiegata ai ragazzi” potrà diventare una “Cosa Nostra s-piegata ai ragazzi”!




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